Un anno dopo il rogo: ferite ancora aperte

A un anno dall’incendio che, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 2025, ha distrutto lo stabilimento Inalca di via Due Canali, il dibattito resta acceso. Venerdì sera, al circolo Tricolore di via Agosti, cittadini e associazioni hanno fatto il punto su responsabilità, bonifiche e futuro dei lavoratori. L’incontro, coordinato dal direttore di Teletricolore Giovanni Mazzoni, ha visto la partecipazione di Michele Lagano e Ettore Maestri del Comitato Amianto Zero, di Stefano Ferrari per Reggio Emilia Ripuliamoci, di Paola Soragni del Movimento per Reggio e, simbolicamente, del sindaco Marco Massari. Invitato ufficialmente, il primo cittadino non si è presentato. Gli organizzatori hanno quindi collocato sul palco un cartonato con la sua immagine, gesto ironico ma dal significato chiaro.

Nel corso della serata, i relatori hanno criticato la gestione comunale dell’emergenza. In particolare, hanno parlato di interventi tardivi, comunicazione poco trasparente e mancanza di una strategia strutturale sul tema amianto. Inoltre, hanno denunciato una bonifica giudicata superficiale e non risolutiva. Secondo i promotori, il Comune non avrebbe applicato con tempestività il principio di precauzione, che in casi simili impone misure drastiche per tutelare la salute pubblica. Di conseguenza, la fiducia di una parte della cittadinanza si è incrinata.

Parallelamente, si è discusso della sorte dei dipendenti. Un ex operaio, Ciro Ammesso, ha riferito che su 164 lavoratori solo 84 dovrebbero essere ricollocati. Gli altri, invece, restano in attesa di risposte. Alcuni si sono dichiarati disponibili a trasferirsi fuori provincia. Tuttavia, l’azienda avrebbe escluso nuovi investimenti sul territorio reggiano. Per questo motivo, la questione occupazionale si intreccia con quella ambientale, alimentando ulteriori preoccupazioni.

Bonifiche contestate e timori dei residenti

Il nodo più delicato riguarda la presenza di amianto e la qualità degli interventi di risanamento. L’assessora competente ha annunciato il completamento delle operazioni nei prossimi giorni. Tuttavia, i rappresentanti delle associazioni parlano di semplici “pulizie superficiali”. Secondo Stefano Ferrari, per mettere realmente in sicurezza le aree verdi occorrerebbe rimuovere almeno dieci centimetri di terreno. Questo passaggio, a suo dire, non è mai stato effettuato. Ettore Maestri, che vive a ridosso dell’area colpita, racconta di aver trovato frammenti di amianto anche dopo gli interventi di giugno. Perciò, molti residenti faticano a sentirsi tranquilli.

Lagano sottolinea che non intende creare allarmismi, ma chiede onestà intellettuale. A suo avviso, l’emergenza è stata affrontata in modo inadeguato. Generalmente, spiega, quando si libera amianto nell’aria si attiva subito il principio di precauzione e si valuta l’evacuazione temporanea delle zone interessate. Invece, la mattina successiva al rogo, numerose persone sostavano nei pressi dello stabilimento. Anche Paola Soragni ribadisce che l’amianto non va semplicemente coperto o incapsulato, ma rimosso in modo definitivo. Dal 1992 la legge ne vieta l’utilizzo, eppure in città restano ancora molte coperture e manufatti contenenti questo materiale. Dopo l’incendio, aggiunge, sarebbe stato più prudente sospendere le attività scolastiche anziché limitarsi a raccomandare di tenere chiuse le finestre.

Nel frattempo, i cittadini chiedono maggiore attenzione. Una residente racconta le difficoltà incontrate nel contattare il Comune quando le carni rimaste nello stabilimento hanno iniziato a decomporsi, diffondendo odori intensi. Un’altra coppia ha scelto di trasferirsi temporaneamente in collina nei mesi successivi al rogo. Inoltre, alcuni abitanti criticano la recente copertura con cemento di un campo vicino alle abitazioni, destinato a ospitare grandi cisterne. Dopo un evento che ha già compromesso l’ambiente, si domandano se fosse necessario sacrificare anche l’ultimo spazio verde disponibile.